Giugno 14, 2013
mianoti:

Andy Goldsworthy *
Hazel stick throws

mianoti:

Andy Goldsworthy *

Hazel stick throws

(Fonte: fernsandmoss, via dieweltvonmatilde)

Giugno 13, 2013
We’re up all night to get light

C’è un tempo per ogni cosa, e vero, è il tempo per conoscere evidentemente è finito, sempre che sia mai iniziato. Se c’è un tempo per ogni cosa, allora, però, forse, finirà anche il tempo in cui l’altro non viene visto come una minaccia, ma esattamente un tuo simile, una persona che ha un po’ di paura, e vuole soltanto un po’ di luce. Se c’è un tempo per ogni cosa, ci sarà il tempo in cui il concetto di uguaglianza sarà universalmente applicato non soltanto alle razze, alle tendenze sessuali, alle condizioni sociali ed economiche, ma anche alle paure, e alle parole, e al tempo, diverso per tutti e quindi uguale per tutti, nel suo soffiarci dentro le orecchie, ogni sera che passa.

Giugno 13, 2013
"Verranno a bussare."

Giugno 12, 2013
Il sole sempre troppo coperto dalle case

Dicono che sono sempre in giro, a me sembra di non uscire di casa da circa una decina d’anni, eppure i treni continuo a prenderli, come prima, eppure mi sento chiuso in casa da una decina d’anni, me ne accorgo da alcuni svariati particolari, tipo che continuo a chiedere permesso quando entro nelle case altrui, le rare volte che mi ci capita di finire, sto arrivando a chiedere permesso anche in ufficio, al lavoro, quando entro in mattina perennemente in ritardo per i perenni ritardi di tutti i mezzi di trasporto che prendo, peraltro tutti ecologici, treni, navette, la riprova che l’ecologia pulisce l’ambiente circostante ma caramella il tuo fegato, chiedo permesso anche al lavoro, mentre distruggono documenti come fossimo alla Cia e invece su quei documenti non c’è scritto nulla, e producono piccoli filamenti di carta che progettano di rivendere alle scuole per i prossimi carnevali, entro e chiedo permesso, quasi, sottovoce, senza dare troppo fastidio, senza mostrare troppo fastidio, e se mi capita di rovesciare tazze di caffè sulle tastiera di mac che costano svariati miei stipendi, ecco, nel momento in cui prendo il mac e lo ribalto e faccio colare fuori tutto il caffè da 30 centesimi chiedendomi se riprenderà a funzionare, mi sento proprio come se non uscissi di casa da una decina d’anni, e ogni sera, mentre torno in bici dalla stazione, con tre ore di sonno scarse in bocca, me le rimastico, e mi innamoro una decina di volte di tutti gli scenari alternativi della mia vita, e mi vengono in mente decine di rubriche alternative per decine di siti, rubriche che mai scriverò, e canticchio a ripetizione, da un semaforo all’altro (vivo in una città dove nemmeno i semafori vengono presi seriamente in considerazione, e soltanto perché tanto non passa nessuno) il riff dei Daft Punk, quando sono usciti tutti i tuoi album che ti aspettano a casa, come è andata oggi, quando Matt è lì ad aspettarti col grembiule addosso che gira il mestolo nella padella del soffritto, tu la prima cosa che fai è correre in bagno a lavarti le mani coi Daft Punk, di cui non te ne frega poi moltissimo, e capisci che è davvero tanto tempo che non esci di casa, che chiedi permesso quando entri nelle case degli altri, nelle vite degli altri, e decidi quel milione di volte, da un semaforo all’altro, che ti costruirai una grotta robusta in qualche città che nessuno considera, come quando tre anni fa volevi trasferirti a Trieste, poi invece sei rimasto qui, a dire permesso, decidi quel milione di volte come arredare la tua grotta, dove entreranno le risposte e rimarrà fuori, una volta per tutte, la propaganda di cui tutti sono imbastiti, che frena la corsa dei tasti come caffè infilato nelle feritoie della tastiera che si coagula, zuccherosa propaganda che decidi quel milione di volte che non seguirai più, che ti metterai a correre in cerchio, come nei cartoni animati, dentro la tua grotta, e infilerai un casco a Matt, e metterai un grembiule a quadretti in faccia ai Daft Punk, e scaverai solchi sul pavimento della tua grotta piena di cose che si possono toccare con mano, e spoglia di tutti i vostri imbarazzi, fino a quando il sole non sarà a pelo del pavimento, e non vedrai altro che tramonti, e albe, e tramonti, e albe, e tramonti e albe, e tramonti e albe.

Giugno 5, 2013
I denti del non ebreo

Ti lasciano solo, ma non ti ignorano. Servi solo a ricordare: chi erano, chi non sono diventati, chi non accetteranno mai. Il rabbino ad un certo punto dice che Dio ci ha già fornito le domande, non possiamo pretendere da lui anche le risposte.

Giugno 3, 2013
Correndo con i like in mano

Vedo le menti migliori della mia generazione consumarsi i pollici e gli indici addomesticando la propria immagine pubblica su taluni social network (non tutti, taluni: è già su questa scelta calibrata si potrebbero scrivere paragrafi). Mi manca abbastanza quando avevano i pollici e gli indici consumati di inchiostro di vecchie cartine stradali ESSO, o per i calli delle corde di una chitarra. E no, non sono nostalgico o luddista o invidioso. E’ che davvero, ignoro a cosa aspirino, e se siano realmente convinti che questo sfregolio di polpastrelli serva a qualcosa, se non a perdere per strada la zavorra superflua come me.

Maggio 31, 2013
Stanotte stamattina

Sogno brevissimo. Sto dormendo, nel mio letto, sogno di svegliarmi nel momento in cui sto sognando. Squilla tre volte il cellulare, nel sogno (o nella realtà? Una specie di trottola Nolaniana, per distinguere gli scenari?). Poi dal buio della stanza emerge una forma nient’affatto distinta, buia come il buio. Ma parla, dice solo una frase: “C’è sempre un uomo”.

Avrei voluto chiedergli se con o senza la maiuscola. La maiuscola è la Trottola per distinguere la paura dalla rassegnazione, speranza da minaccia, grammatica da cena troppo pesante.

Maggio 29, 2013
Nessuna Isola è un uomo

Annuso il mio ritardo sui tempi lenti, sulla lentezza, il rallentare, ci stanno già arrivando, lo stanno facendo proprio, presto da bisogno diventerà prassi, come ogni atteggiamento nuovo poi masticato. Se dieci anni fa da un concetto del genere potevo tirare fuori due o tremila superflue battute, oggi mi basta un like ben assestato per inquadrare la situazione. Ho svuotato lo zaino, prima, c’erano delle posate di plastica mai usate, un temperino, una matita consumata, dei fazzoletti, una caramella per la gola scaduta da un paio d’anni, due o tre fogli di qualche assemblea universitaria, una salvietta profumata al limone rubata a una sagra di Coronella l’estate scorsa, come si ruberebbero le viole dai giardini pubblici recintati, e un coltellino svizzero, lo stesso che usai a Monaco per tagliarmi la mia unica mela del giorno, di quel giorno dove più che sentirmi un’Isola, mi sentivo un papavero in mezzo a una golena annaffiata, dalla parte dell’argine dove bisogna salirci in bicicletta, o sfidando le ztl piazzate nel nulla, per scorgerlo.

Maggio 29, 2013

umanesimo:

vorrei non sapere tutto.

Maggio 20, 2013
Un anno dopo c’è ancora il Bayern in finale

Sarebbe consolatorio e molto più accettabile poter tracciare una linea per terra e stabilire un Prima e un Dopo. Sarebbe infinitamente più comprensibile, sopportabile, mettersi per terra e delimitare un confine tra quello che eravamo e quello che ora siamo. La verità è che a tracciare linee per terra non siamo stati noi, ma le fratture di un tempo che nessuno, nemmeno i più onesti e indipendenti e artigiani conoscitori del territorio potevano prevedere. E che il disegno di queste fratture non è per niente netto, definitivo, tranciante: la frattura è nervosa come molti noi quella domenica mattina, scende in strada, no risale, chiama al telefono, accende la tv. Non si capisce da dove sbuchi, fin dove arrivi, che piega prenderà. Quel disegno non riesce nemmeno lui a tramutarsi in punto fermo, per quanto tragico, per quanto sinistramente notturno, per quanto ci scarichi addosso, a noi pasciuti abitanti della Bassa, l’inadeguatezza della sorpresa, e il coraggio e la dignità del Riprendersi. Quel diagramma, ed è questa la mia personalissima verità che dopo un anno credo di essere riuscito a rammendare, non sa essere giudice, condanna, rivalsa: non c’è, un prima e un dopo, tutto è fluido e interrotto come soltanto il dondolio della tua auto in una piazzola di sosta alle 4 del mattino. Nulla scrissi, un anno fa, per una serie finita di motivi. Un anno dopo, mentre tutti linkano lodevoli e meritevoli video commemorativi, infarciti però di musiche inoppurtanamente pop (come se un terremoto fosse la vittoria dei Mondiali, maledetta sindrome da YouTube), decido ancora di non raccontare. Fu qualcosa di così invisibile, per chi ebbe la fortuna di trovarsi appena qualche km fuori dall’epicentro, e proprio per questo se n’è parlato per giorni, settimane, mesi. Tentavamo tutti di acchiappare la parafrasi giusta che illuminasse quella parte buissima in cui siamo finiti, per qualche secondo, noi pasciuti abitanti della Bassa appena qualche km fuori dall’epicentro: non ci crollò nulla in testa, e quello che abbiamo vissuto è talmente invisibile che raccontarlo lo tramuterebbe in Altro. Cosa rimane, allora? Circa 10 minuti dopo la scossa entrai in un autogrill, ero solo, ancora faceva buio. Mi ritrovai circondato da tifosi bavaresi del Bayern Monaco, qualche ora prima avevano perso la finale di Coppa dei Campioni a casa loro. E confesso, per qualche secondo, la cosa più straniante del terremoto non fu il terremoto ma il ritrovarmi tifosi bavaresi in un autogrill. Nessuno di loro pensava alla scossa, e anche le cassiere del bar proseguivano inermi a servire caffè. Quando un terremoto viene a trovarti e tu sei da solo, non ti sembra un terremoto, ma un modo di ricordarti dove eri finito. Io ero in un autogrill, da solo, abbastanza lontano da casa. Più che un punto, furono due punti: e tre, e quattro, e tutti quelli che ci cadono addosso dai cornicioni tutte le volte che proviamo a tornare a casa, nell’unico modo che conosciamo: tremando.

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